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Notizie dalla terra

Apriamo, da oggi 5 novembre 2011, questa nuova pagina del nostro sito.

 

Abbiamo sentito la necessità di proporre ai visitatori delle nostre pagine alcune notizie estrapolate da notiziari, e quant'altro, dal mondo agricolo. Abbiamo sempre fatto del nostro lavoro  la missione di far avvicinare i nostri ospiti, quanto più possibile, alla Terra.

 

Il nostro Paese ha, indiscutibilmente, origini agresti ma negli ultimi decenni si è sempre di più  accostato il concetto di agricoltura al solo  bel vivere. Erroneamente, riteniamo, in quanto dietro ogni chicco di grano, dietro ogni centilitro di latte, dietro ogni pomodoro, ebbene dietro ogni prodotto della Terra ci sono un innumerevole quantità di gocce di sudore che le migliaia di agricoltori versano per produrre.

 

Nel percorso che vi proponiamo di fare insieme cercheremo  di spiegarvi quanto sia importante non porre gli agricoltori nelle condizione di abbandonare i terreni: la campagna non è e non può essere solo un giardino. Di volta in volta vi proporremo articoli, notizie, curiosità ed altro  che potrete, e vi invitiamo caldamente a farlo, commentare e se lo vorrete criticare e integrare, semplicemente inviando un vostro testo attraverso la pagina "recensioni" e relativo form.

 

Se avete notizie e suggerimenti non esitate ad inviarli sempre come descritto sopra.

 

Riportiamo come prima notizia:

In 40 anni persi in Italia quasi 5 milioni di ettari coltivabili, una superficie pari a due volte la Regione Lombardia. E’ quanto denuncia Assofertilizzanti - Associazione nazionale produttori di fertilizzanti che fa parte di Federchimica sottolineando come il corretto utilizzo dei fertilizzanti sia un elemento indispensabile per far fronte alla crescente domanda alimentare e alla sempre più preoccupante mancanza di terre coltivabili. Le cause - Tra le principali cause della sottrazione di terreni all’agricoltura vi sono l’espansione dei centri urbani e l’aumento della produzione di energie rinnovabili. Secondo le stime del rapporto Coldiretti-SWG, presentato in occasione del Forum internazionale dell’Agricoltura, i prezzi per acquistare le terre in Italia sono ormai tra i più alti in Europa, inferiori soltanto a Danimarca e Olanda. Molte sono inoltre le differenze interne, con i prezzi delle terre al Nord che sono quasi doppi rispetto a quelli del Sud. La situazione nel mondo - A livello mondiale, la situazione non è meno grave. Stiamo assistendo, infatti, sempre più spesso, alla diffusione del fenomeno del “land grabbing”, ovvero all’acquisizione di terreni su larga scala da parte delle nazioni occidentali nei paesi in via di sviluppo (soprattutto nel continente africano e sudamericano). Del resto, le terre emerse sono soltanto il 29 per cento della superficie terrestre e di queste solo il 12 per cento risulta coltivabile; se a ciò si aggiunge la vertiginosa crescita della popolazione mondiale negli ultimi 50 anni, appare evidente come sia impossibile pensare di garantire cibo per tutti senza il supporto della ricerca e della tecnologia. Il ruolo dei fertilizzanti - I fertilizzanti, in questo processo, svolgono un ruolo fondamentale in quanto sono l’unica soluzione per preservare la fertilità del terreno. Con il passare del tempo, infatti, il terreno tende a impoverirsi e la crescita delle piante diventa sempre più problematica, con raccolti sempre più scarsi e scadenti. Ecco quindi che per preservare la fertilità del terreno nel tempo occorre reintegrare, attraverso l’uso dei fertilizzanti, gli elementi nutritivi prelevati dalle colture. Se alla scarsità di terre e al loro costo elevato si aggiunge l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, causato anche dalla crescita costante della domanda alimentare, si può avere un’idea concreta di quelle che possono essere le ripercussioni concrete sulla vita dei cittadini. Già oggi il 49% degli italiani riesce appena a pagare le spese in campo alimentare: si tratta di un dato allarmante, che ci permette di comprendere l’importanza di un’agricoltura innovativa, in grado di garantire alla popolazione mondiale cibo abbondante, sicuro e a prezzi accessibili. "

 

Nell'aggiornamento di oggi 18 novembre vi proponiamo la notizia che segue, ritenendo che ci sia veramente poco da commentare, a voi il giudizio:

Un panino su quattro in Italia è made in Romania o Bulgaria. La polemica è scoppiata nei giorni scorsi dopo la denuncia di Luca Vecchiato, presidente nazionale di Federpanificatori, secondo cui essendo preimpastato e surgelato, il pane rumeno costa di meno (meno della metà) e dura di più, anche fino a due anni. Basta una rapida cottura e si può mangiare.

Consigli per gli acquisti - Una denuncia a cui risponde oggi Primo Mastrantoni, il segretario dell'Aduc (Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori) con alcuni consigli per i consumatori. “Oggi spesso i consumatori masticano qualcosa che assomiglia ad un prodotto gommoso e privo di sapore – spiega -. C'e' pane e pane, ovviamente, e questo dipende dalla qualità del prodotto base, cioè dalla farina, dall'acqua e dal lievito, nonché dalla macinazione, lievitazione e cottura. Una farina con scarso glutine è di minore qualità, il lievito può essere chimico e può lasciare un sapore sgradevole al pane, l'acqua di pianura può contenere residui chimici che interferiscono con il gusto, il macinato dovrebbe essere lasciato maturare per un mese ma viene trattato con "maturanti" chimici che ne diminuiscono la qualità, la lievitazione forzata da' luogo a odori sgradevoli, una cattiva cottura produce un pane di color chiaro decisamente meno saporito di uno scuro. Insomma tutti questi elementi contribuiscono o meno alla qualità del nostro "pane quotidiano". Il consumatore dovrebbe indirizzare il mercato verso la produzione di un prodotto di qualità – aggiunge Mastrantoni - ma spesso la fretta, l'ignoranza e la scarsa informazione vincono. Insomma non basta più dire "pane cotto nel forno a legna" (gia', quale legna?) ma sarebbe indispensabile fornire al consumatore le informazioni per scegliere. Con W, per esempio, si indica la qualità della farina che per un buon pane dovrebbe essere superiore al numero "350"

Aggiornamento del 21 Novembre con notizie preoccupanti che provengono dalla vicina regione Toscana.

Riteniamo che , a breve , la stessa situazione si riproporrà nella nostra area in quanto la Regione Lazio non intende prendere nessun provvedimento atto al contenimento della fauna selvatica del Parco di Bracciano e Martignano, all'interno del quale è situato l'agriturismo e l'azienda agricola del Castoro. Già oggi subiamo, e come noi tutte le altre aziende agricole , danni irreversibili per decine di migliaia di euro all'anno, alle colture ed ai pascoli che ci costringono ad acquistare foraggio per il mantenimento dei  nostri animali con un notevole aggravio di costi.

Con la motivazione di non avere fondi la pubblica Amministrazione , contrariamente a quanto previsto dalle vigenti normative , non rimborsa i danni subiti alle colture ed agli allevamenti.

Ciò è inamissibile in quanto se non si garantisce la sopravvivenza delle aziende agricole all'interno delle aree protette , si rischia di costrigere gli agricoltori ad abbandonare i campi con conseguente degrado della aree verdi sottoposte quindi a rischio incendi e speculazione.

Riportiamo di seguito l'articolo che rigiuarda la Toscana:

Ogni giorno i cinghiali e gli altri ungulati si "mangiano" oltre 10mila euro di colture agricole toscane. Che in un anno fa circa 4 milioni di euro di mancato fatturato per il settore agroalimentare. Un dato shock per la Cia Toscana, che oggi a Firenze ha presentato il Dossier dettagliato sull'emergenza ungulati che colpisce l'agricoltura regionale. Scorribande di cinghiali in Maremma; fiumi di caprioli nelle campagne senesi e perfino i mufloni all'isola del Giglio a devastare i vigneti; boschi distrutti dai cervi nelle montagne pistoiesi (con gravi danni ambientali oltre che economici); insomma, le campagne e le coltivazioni della Toscana sono sotto assedio: 300mila cinghiali (sono la metà secondo i dati della Regione); 153mila caprioli, 8.800 daini, 3.600 cervi e 2.500 mufloni. A cui si aggiungono le crescenti predazioni di lupi e capi selvatici alle greggi, soprattutto in Maremma, e i danni provati dalle tante specie non cacciabili. E ancora, i rischi per la sicurezza stradale (1,5 incidenti al giorno di media causati dai selvatici), e i rischi sanitari poiché gli animali sono portatori di parassiti e malattie infettive. Non basta questo quadro per dichiarare lo stato di emergenza?

Pascucci, presidente Cia - «Nella discussione in atto sul Piano faunistico venatorio regionale – ha sottolineato il presidente della Cia Toscana, Giordano Pascucci – è necessario promuovere un piano che segni una netta discontinuità con il passato attraverso un nuovo progetto di gestione faunistica 2012-2015. Pianificare vuol dire elaborare un progetto che parte dall'individuazione e quantificazione dei problemi per definire gli obiettivi da raggiungere, e quelli intermedi; le azioni da mettere in atto, le modalità di verifica dei risultati. Se non si indica la strada – ha aggiunto il presidente Cia -, se non si guida il percorso è del tutto inutile mettere dei numeri». Se su un terzo del territorio regionale, fatto di aree protette e istituti faunistici, non si interviene drasticamente, sono inutili tutti gli sforzi. Queste aree continueranno ad essere un comodo rifugio per gli ungulati. E poi fra le richieste della Cia Toscana si chiede di operare una drastica riduzione delle aree vocate; pianificare le azioni per raggiungere le densità sostenibili nelle aree vocate e eliminare gli ungulati nelle aree non vocate; quindi abbattere i danni attraverso un maggiore impegno per la prevenzione dei danni; garantire il pieno risarcimento dei danni subiti dall'agricoltura; e gestire tutta la fauna, anche le specie non cacciabili. «Dalla Regione Toscana – ha proseguito Pascucci - vogliamo indirizzi chiari. La Regione dopo aver adeguato negli scorsi anni le norme di Legge in materia di gestione faunistica, dotandosi di strumenti finalmente idonei ad una gestione efficiente, è chiamata oggi, con il Piano Faunistico Venatorio Regionale, a dare attuazione piena a quelle norme, muovendosi con determinazione per riportare in equilibrio la fauna selvatica, oggi fuori controllo in molte aree, e garantire la sostenibilità dell'agricoltura. Per fare questo occorre discontinuità e, - ha detto - coraggio nelle scelte, determinazione nella loro attuazione».

DANNI PER PROVINCE – Nel 2010 Arezzo è stata la provincia con più danni all'agricoltura (con 357.915 di euro di risarcimento dalla Regione Toscana) seguita da Siena con 351.237 €; quindi il tandem Grosseto (235.648 €) e Firenze (234.066 €); segue Livorno con 139.657 euro di danni e a distanza Pistoia (98.118 €); Massa Carrara (73.566 €); Pisa (54.321 €); Livorno (36.966 €); Prato (8.654 €). Per un totale di 1.590.148 euro nell'ultimo anno – secondi i dati ufficiali della Regione Toscana -, una cifra, secondo la Cia Toscana, molto lontana dalla realtà perché non comprende i danni derivanti da predatori (canidi e lupi) e da altre specie non cacciabili in crescente aumento (piccioni terraioli, gabbiani); i danni alla selvicoltura (che non rientrano tra quelli soggetti a risarcimento); i danni non denunciati dagli agricoltori (spesso per lungaggine iter burocratici) ; le mancate semine dei terreni maggiormente soggetti alla pressione faunistica; le numerose situazioni di contenzioso giacenti o in corso di trattazione. E inoltre – aggiunge la Cia Toscana - c'è da considerare la frequente sottostima del danno, accettata in via transattiva dal produttore pur di non aprire contenziosi e la valutazione del prodotti destinati alla trasformazione, per i quali oltre al valore della materia prima l'agricoltore deve considerare la perdita di valore aggiunto del prodotto trasformato. Dal 2005 al 2010 la palma di provincia più danneggiata dai danni degli ungulati è Siena con 2milioni e 734.803 euro di risarcimenti ottenuti, con il 2007 annus horribilis con danni per 664.014 euro.

Territori - A livello territoriale – secondo l'indagine della Cia provincia per provincia – è stata registrata la massima concentrazione di ungulati in prossimità di aree protette e istituti faunistici. Ecco dove sono le densità di popolazioni più rilevanti: Arezzo - tutti i comuni del Casentino; Firenze - Firenzuola, San Godendo e Mugello in genere. Area del Chianti, con un peso rilevante dei danni; Grosseto - presenza diffusa in tutta la provincia, con situazioni gravi nelle aree prossime a parchi e riserve; Livorno - è la provincia con maggiore incidenza di aree protette (33%). Diffusione su tutto il territorio, grave la situazione all'Isola d'Elba; Lucca - area Oltreserchio del comune di Lucca, Capannori (Compitese), colline di Camaiore, Valle del Serchio, Garfagnana; Massa Carrara - area della Lunigiana; Pisa - Alta Val di Cecina, Monti pisani, Aree contigue al Parco di San Rossore; Pistoia - Area montana del comune di Pistoia, appennino pistoiese, pianure pedemontane; Prato - comuni della Val di Bisenzio; Siena - comuni del Chianti, Val d'Elsa, Val di Merse e Montagnola, Val d'Orcia, Montalcino, Montepulciano, Murlo, Sinalunga.

INCIDENZA PER UNGULATI - Il cinghiale rappresenta il principale protagonista dei danni all'agricoltura (66,31% sul totale), ma occorre sottolineare il crescente peso degli altri ungulati, ancor più se si considerano i danni alla selvicoltura. Nell'ultimo quinquennio (2005-10) i cinghiali hanno provocato 7milioni e 285mila euro di danni all'agricoltura toscana; seguono i caprioli con 1.128.120 euro; i cervi con 309.188 euro; i daini con 266.464 euro, altri ungulati non definiti per 85.766 euro e i mufloni per 5 mila euro di danni.